“Io credo nella Russia, nella sua Ortodossia. Credo nel Popolo Cristo”.
Fedor Michajlovic Dostoesvkij
Come le Chiese ortodosse e cattoliche attraversano i processi di globalizzazione e come il multipolarismo mondiale (in attesa di sedimentazione) trova riscontro nell’azione sociale e civile di queste Chiese? Fra i possibili e imprevisti esiti si possono indicare, da un lato, l’avvicinamento del papato alla posizione russo-ortodossa e, dall’altro, una convergenza ecumenica delle Chiese europee non trainata dai dialoghi teologici, ma dalle sfide storico sociali. L’incontro del papa con il patriarca di Mosca Cirillo (Cuba, 12 febbraio 2016) e il rifiuto di Francesco dell’intervento armato USA contro Bachar el Assad (Siria) mostrano una convergenza prudente con la politica russa. “In termini generali, davanti a rivendicazioni societarie sempre più forti, spesso rafforzate dalla rimessa in questione del loro ruolo, le Chiese ortodosse dell’Unione Europea hanno progressivamente costruito una vera politica comune con il Vaticano, processo ormai allargato al patriarcato di Mosca”. Il discorso di Putin al club Valdaï (2013) e la sua visita all’Athos (2016) diventano suggestivi per le Chiese ortodosse. Anche perché “le istituzioni europee continuano a dare fiato a discorsi semplicistici contro la Chiesa ortodossa greca, contro le Chiese ortodosse e cattoliche, o contro le attitudini giudicate conservatrici nelle popolazioni, attualmente ancora reticenti nei confronti della politica russa, come in Romania, Bulgaria, Ungheria e Polonia”. Un contesto molto diverso da quello degli anni ’90, quando USA ed Europa conoscevano un dinamismo comune e sintonico. Si potrebbe parlare di un “disordine mondiale generalizzato”. Putin: “In questa situazione di disordine si naviga a vista. Il mondo ortodosso è un attore fra gli altri, con un proprio patrimonio e una propria ricchezza. Al di là delle posizioni spesso molto conservatrici, attua una cultura del compromesso e della resilienza che possono risultare utili: dopo tutto (e questo è un elemento di critica) le Chiese ortodosse hanno saputo comporsi con i mongoli, i sultani ottomani e il potere ateo sovietico. Possono partecipare in tutte le loro diversità alla creazione di nuove convergenze e di poli di resistenza davanti ai disastri, indispensabili per evitare gli scenari peggiori. Convergenze che non potranno basarsi unicamente sulle alleanze del passato, ma dovranno essere complesse. Non potranno limitarsi a un “ordine americano” e persino, per il mondo ortodosso, ad un assai improbabile “ordine russo-americano”. I cambiamenti attuali possono persino creare convergenze ancora impensabili. Sia il cattolicesimo che l’ortodossia erano fino a poco tempo fa fortemente territorializzati, in due spazi di civilizzazione chiaramente distinti, e tutti i tentativi di unità voluti dall’alto, dai poteri politici ed ecclesiastici, hanno fallito. Ma la proiezione mondiale attuale di questi due cristianesimi, anche se ineguale, la loro collocazione in problematiche sempre più simili, possono incrociare i credenti in maniera inedita. Senza fusioni improprie, i problemi finiscono per modificare le loro caratteristiche, in un modo ove anche le culture più lontane sono messe in relazione”. Laddove il dialogo e l’unità di intenti fra ortodossia e cattolicesimo, nel rispetto dei propri dogmi, creano una sinergia, l’obiettivo di rimettere al centro dell’Occidente i valori cristiani diventa sempre più concreto e auspicabile. Il pontefice che più di tutti aveva cominciato a vedere i primi frutti di un riavvicinamento fra cattolici e ortodossi è stato Benedetto XVI quando nel 2009, rivolgendosi alla delegazione ortodossa in visita ufficiale a San Pietro, papa Ratzinger pronunciò questa frase che riassumeva il “munus” al quale era stato chiamato: “Dobbiamo fare in modo di progredire più speditamente sulla via della piena unità… È mia fervida speranza che continueremo a cooperare per trovare modi per promuovere e rafforzare la comunione nel Corpo di Cristo, nella fedeltà alla preghiera del nostro Salvatore che tutti siano una cosa sola, perché il mondo possa credere”. E’ quanto papa Benedetto XVI ha scritto nel 2009 al Patriarca Kirill in un messaggio che il card. Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, consegnò al Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, in occasione della sua intronizzazione. Con il messaggio, il cardinale consegnò anche a sua Santità Kirill un dono: un calice come “pegno del desiderio di giungere presto alla piena comunione”. Benedetto XVI ricordò nel messaggio inviato al Patriarca Kirill gli incontri avuti con lui come presidente del dipartimento per le relazioni esterne ed ha sottolineato come l’allora metropolita Kirill svolgesse “un ruolo importante nel forgiare un nuovo rapporto tra le nostre Chiese, un rapporto sulla base di amicizia, di reciproca accettazione e sincero dialogo per affrontare le difficoltà del nostro cammino comune. Da qui la speranza di continuare su questa strada di collaborazione”. Qualcuno parlò della svolta orientale di papa Ratzinger. Il suo “ardente desiderio” era di giungere al più presto all’unità coi fratelli separati d’Oriente. Prima di lui, Giovanni Paolo II dovette far fronte ad un periodo di gelo con le Chiese ortodosse, in particolare con il Patriarcato di Mosca che vedeva nella rinascita delle comunità cattoliche in Russia ed Ucraina una minaccia allo status canonico ed al prestigio della “Terza Roma”. Per dirla tutta anche Benedetto XVI suscitò all’inizio qualche sospetto, ma il dato più importante era che con papa Ratzinger per la prima volta dallo scisma del 1054 l’intero mondo ortodosso accettò di discutere l’ostacolo principale alla riunificazione. “Diciamo la verità: coi cattolici c’è ben poco che ancora ci divide”, ha dichiarato il professor Nikolai Losskji, docente di storia della Chiesa all’Istituto San Sergio di Parigi, il famoso centro teologico fondato dagli intellettuali dell’emigrazione russa nel 1924. Per contenuti di fede, dottrina sacramentale e visione antropologica gli ortodossi sono pressoché identici ai cattolici. Li separa il ruolo del vescovi di Roma il cui primato è stato riconosciuto nel documento comune di Ravenna del 2007, mentre restano le divergenze sulle prerogative che questo comporta. Ed anche le difficoltà che hanno caratterizzato, fino ai primi anni Duemila, i rapporti tra Vaticano e Patriarcato di Mosca hanno a che fare più con la storia e la psicologia che non con la teologia e la dottrina. Con il pontificato di Benedetto XVI era tornato il sereno, come ammesso dall’arcivescovo Ilarion, braccio destro del patriarca Kirill e responsabile del Dipartimento esteri della Chiesa ortodossa russa: “Con la comunità cattolica locale abbiamo ottimi rapporti. Ma restano i problemi in altre situazioni, a cominciare dall’Ucraina. Solo quando saranno risolti ci potrà essere un incontro tra il Patriarca di Mosca e il Papa”. Queste parole oggi risuonano profetiche. Con la crisi ucraina e la battuta d’arresto subìta dal dialogo tra cattolici e ortodossi a causa delle dimissioni di papa Benedetto XVI nel 2013, difficile non pensare ad un’oscura regia volta proprio ad impedire la coesione spirituale fra Oriente e Occidente che poteva essere cementata per intervento della Chiesa. Il diavolo vuole dividere sempre ciò che Dio desidera unire. Le vie della Divina Provvidenza sono sempre un po’ tortuose, ma inesorabili. Ma a che punto è oggi il dialogo tra cattolici e ortodossi? Quanto resta della notte della divisione tra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente? Il 2016 aveva visto succedersi alcuni eventi significativi nei rapporti cattolici-ortodossi: l’incontro all’aeroporto José Martì dell’Avana tra papa Francesco e il patriarca di Mosca Kirill (12 febbraio 2016); la celebrazione del Grande e Santo Concilio Panortodosso nel giugno 2016 a Creta, nei giorni della Pentecoste ortodossa; l’approvazione da parte della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, riunitasi in plenaria a Chieti. La ripresa del dialogo ha conosciuto però, se non un arresto (il comitato di coordinamento della Commissione teologica mista continua a riunirsi), uno stallo dopo il conferimento dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa d’Ucraina da parte del Patriarcato di Costantinopoli. Come conseguenza Mosca ha rotto la comunione con Costantinopoli e si è ritirata da tutti i dialoghi teologici presieduti dal patriarcato ecumenico. D’altra parte, la Chiesa ortodossa russa continua il dialogo e la collaborazione con la Chiesa cattolica. Come interpretare questi segni? La conclusione del documento di Chieti (Sinodalità e primato durante il primo millennio: verso una comprensione comune al servizio dell’unità della Chiesa) ricorda che, nel primo millennio, “anche se l’unità tra Oriente e Occidente era a volte travagliata, i vescovi di Oriente e Occidente erano consapevoli di appartenere all’unica Chiesa”. In che misura le due Chiese impegnate oggi nel dialogo teologico riconoscono reciprocamente la qualità ecclesiale l’una dell’altra? Se, per la Chiesa cattolica, il fondamento teologico ed ecclesiologico del dialogo è costituito dal concilio Vaticano II, per l’ortodossia mancava fino al concilio di Creta un pronunciamento conciliare sull’impegno ecumenico. Su questo punto il concilio di Creta, prima e dopo la sua celebrazione, è stato oggetto di aspre contestazioni da parte dei fondamentalisti. Il testo conciliare afferma che “la Chiesa Ortodossa ammette la denominazione storica di altre Chiese e Confessioni Cristiane non-ortodosse, che non si trovano in comunione con lei, ma crede che le relazioni con queste dovrebbero basarsi sulla chiarificazione, più rapida e oggettiva possibile, dell’intera questione ecclesiologica”. La “chiarificazione ecclesiologica” è precisamente il compito del dialogo ecumenico. Nonostante esitazioni e incertezze, il concilio di Creta afferma per la prima volta, a livello panortodosso, la legittimità e l’importanza dell’impegno ecumenico. Com’è noto, al concilio di Creta non tutte le quattordici Chiese ortodosse autocefale erano presenti (per motivi diversi rinunciarono a parteciparvi il patriarcato di Antiochia, il patriarcato di Mosca, la Chiesa ortodossa georgiana e la Chiesa ortodossa bulgara). Tra i temi cancellati dall’agenda del concilio poiché non raccoglievano il necessario consenso c’era quello dell’autocefalia di una Chiesa e del modo di concederla. Il problema sarebbe esploso con virulenza nel caso dell’Ucraina. Costantinopoli ha motivato il suo intervento nella situazione ucraina con la volontà di sanare lo scisma che si era creato nella Chiesa ucraina alla caduta del comunismo. Il patriarcato ecumenico, rivendicando la giurisdizione sulla metropolia di Kiev (che fino al 1686 dipendeva canonicamente da Costantinopoli), ha prima ammesso gli scismatici nella comunione ortodossa e poi conferito il tomos dell’autocefalia alla nuova Chiesa ortodossa d’Ucraina (5 gennaio 2019). L’autocefalia della Chiesa ucraina era stata fortemente voluta e promossa dall’allora presidente ucraino Petro Poroshenko (vicino agli interessi americani), che la sfruttò per fini elettorali. Dopo le elezioni presidenziali in Ucraina nel 2019 e la sconfitta di Poroshenko, si è attenuata la pressione politica sulla Chiesa ortodossa ucraina (Patriarcato di Mosca), che rimane la Chiesa maggioritaria nel paese. Il conferimento dell’autocefalia a una Chiesa in una parte del proprio territorio canonico ha portato il Patriarcato di Mosca a interrompere la comunione eucaristica con Costantinopoli e, successivamente, con le altre Chiese ortodosse che hanno riconosciuto la nuova Chiesa (la Chiesa ortodossa greca e il Patriarcato di Alessandria, rispettivamente il 12 ottobre 2019 e l’8 novembre 2019). Nel febbraio 2019 per un’iniziativa del patriarca Teofilo III di Gerusalemme non concordata con Costantinopoli, si era tenuto ad Amman un incontro per la riconciliazione e per “preservare l’unità dell’ortodossia”, che però non sembra aver dato i frutti desiderati (solo sei Chiese hanno risposto all’invito, e solo quattro erano presenti con il loro primate). La Chiesa cattolica di papa Francesco non ha compiuto il minimo gesto per agevolare l’unità e il dialogo tra le Chiese ortodosse giustificando l’inerzia come un’intromissione nelle questioni interne dell’Ortodossia, ma è solo nella sinfonia tra tutte le Chiese ortodosse che è possibile un autentico dialogo con Roma. Dio non ha designato papa Francesco nel compito di agevolare il dialogo e l’unità tra cattolici e ortodossi. Il munus petrino del dialogo interreligioso appartiene a Benedetto XVI o ad un suo degno successore, magari da lui nominato. Ma attenzione. Non è di ecumenismo massonico delle Chiese e delle religioni che parliamo, ma del dialogo rispettoso dell’unicità di ogni confessione. Il “calderone ecumenico” delle religioni del concilio Vaticano II incistato di massoneria è proprio quello spirito anticristico occidentale che il patriarca Kirill e la Russia di Putin sono decisi a contrastare.
Articolo tratto del libro: “Russia Ucraina. Niente è come sembra” di Cinzia Palmacci in vendita qui:
