16 febbraio 2022
Ieri sera la Corte Costituzionale ha detto di no al Referendum sull’eutanasia legale. Il motivo dell’inammissibilità è che con esso non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana. Ciò a seguito dell’abrogazione seppur parziale della norma sull’omicidio del consenziente soprattutto in riferimento a persone vulnerabili e deboli. Naturalmente i commenti dei politici non si sono fatti attendere. Soprattutto la sinistra e i radicali di Marco Cappato che ritiene la bocciatura della Consulta una “brutta notizia per la democrazia”. E curioso notare come il concetto di democrazia venga distorto o tirato per la giacchetta a seconda delle convenienze. Permettere ad un essere umano che ancora respira di continuare a vivere è anti democratico, secondo una parte politica. Mentre impedire a migliaia di persone di decidere della propria salute rifiutando una cura ancora sperimentale è democratico, anzi è un grande atto di altruismo verso la collettività. Quindi una persona ha diritto di disporre della propria VITA quando decide di morire, magari incalzata da una cultura di MORTE che ha fatto dell’eutanasia legale il suo cavallo di Troia, mentre non può disporne quando decide di rifiutare una cura sperimentale per ovvi motivi di timore per la propria integrità.
Anche il commento di Papa Francesco questa volta non si è fatto attendere: “La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata. E questo principio etico riguarda tutti, non solo i cristiani o i credenti“. La Cei in attesa del deposito della sentenza in una nota ha comunicato infine di essere favorevole a tale pronunciamento. Ha invitato poi a non marginalizzare mai l’impegno della società ad offrire supporto per superare/alleviare situazioni di disagio/sofferenza. E proprio in merito al parere della Chiesa Cattolica, un’altra contraddizione quantomeno singolare, come tante che orbitano intorno al tema “fine vita”, è stata la reazione di personaggi della televisione che prima si sperticavano in lodi e omaggi al pontefice, ma quando si è pronunciato contro il DDL Zan e l’eutanasia legale hanno cominciate a lanciare invettive e velate minacce al clero che percepiscono come un “peso” in Italia. Allora sarebbe opportuno ricordare a lorsignori, che l’Italia è un Paese cattolico e centro della cristianità con Roma sede del papato. L’Italia con la sua storia millenaria non può prescindere dal parere della Chiesa su questioni morali che interpellano la coscienza. Fuori dell’Italia ci sono paesi non così “oscurantisti”, e dove le loro istanze favorevoli a certi temi sarebbero accolte con più favore.
Il concetto scientifico di “accanimento terapeutico” ovvero “La prosecuzione ostinata e senza scopo di un trattamento che risulti inutile per il paziente, ovvero la persistenza nell’uso di procedure diagnostiche come pure di interventi terapeutici, allorché è comprovata la loro inefficacia e inutilità sul piano di un’evoluzione positiva e di un miglioramento del paziente, sia in termini clinici che in qualità di vita”, è un concetto disumano perché suscita nel personale sanitario un atteggiamento cinico e distaccato della condizione del paziente in coma. In questo trattamento terapeutico che cinicamente la medicina definisce “accanimento”, non c’è alcuna considerazione del fatto che, fintantoché il paziente respira e le sue funzioni fisiologiche avvengono regolarmente, c’è una persona potenzialmente viva e ancora in grado di provare emozioni e sentimenti. La letteratura medica è piena di casi di coma giudicati irreversibili che si sono risolti in un risveglio anche a distanza di anni. Come il caso di Martin Pistorius che disse di aver vissuto in un guscio impenetrabile per dodici anni. Lui, dentro, sentiva tutto, pensava, desiderava disperatamente comunicare che era vivo, si sentiva vivo. Gli altri, fuori, lo accudivano con amore, lo accarezzavano, lo nutrivano, lo massaggiavano, ma lo consideravano ciò che sembrava, «un vegetale».
Poi quello che appariva impossibile è avvenuto: Martin Pistorius si è risvegliato dal coma, ha ricominciato a comunicare, si è perfino sposato. Oggi per questo sudafricano di 39 anni è arrivato il momento di raccontare al mondo la sua incredibile storia e di aiutare tantissime altre famiglie a sperare. Tutto comincia quando Martin ha appena 12 anni. È sano, felice, vive coi genitori Joan e Rodney e i due fratelli in Sudafrica. Da grande vuole fare il tecnico elettronico. Ma un giorno Martin torna da scuola e lamenta un forte mal di gola. È l’inizio di un incubo. I medici ritengono si tratti di meningite da criptococco. Il suo stato di salute, però, peggiora progressivamente: il suo corpo si debilita, non riesce più a camminare, perde la capacità di parlare. Ai genitori i dottori non danno grandi speranze: Martin non c’è praticamente più, è paralizzato. «Resterà per sempre col cervello di un bambino di tre anni, prendetevi cura di lui finché non morirà» dicono con rassegnazione.
Circa due anni dopo essere finito in quello stato, il giovane però inizia a essere sempre più cosciente. Ora sente tutto, vede tutto ciò che accade intorno a lui. Ma non può farci niente, non può muoversi. È lui stesso a raccontare questa fase della sua vita da «ragazzo invisibile». «Mi sono risvegliato e ho cominciato a essere cosciente di ogni cosa che mi veniva fatta o detta, ma per gli altri non esistevo quasi più. Mi trovavo in un luogo molto buio» racconta oggi nel libro. «A poco a poco ero cosciente dei giorni e delle ore che passavano. La maggior parte li ho dimenticati, ma ho vissuto gli eventi salienti della storia. Mandela presidente nel 1994 è un ricordo vago, ma la morte di Diana nel 1997 è chiaro». La strage dell’11 settembre è un ricordo lucidissimo, ma non riesce a comunicare nulla agli altri.
Tutto ciò che Martin ha in quegli anni sono i suoi pensieri. E ruotano attorno a un’unica cosa: passerò il resto della mia vita così? Verrò salvato? Qualcuno potrà mostrarmi ancora tenerezza e amore? A un certo punto del suo percorso Martin capisce che deve allontanare i pensieri tristi e stimolare solo quelli positivi. «Diventavo sempre più cosciente della disperazione e del dolore di mia madre, ora riuscivo a comprenderla» racconta ancora. E rivela che il momento più brutto per lui è stato quando sua madre gli ha detto: «Spero che tu possa morire». Un momento di disperazione nel vedere quel figlio biondo, bellissimo, apparentemente lontano anni luce da lei.
Una storia struggente in cui si rincorrono ricordi drammatici e comici nello stesso tempo. Gli infermieri nel centro di riabilitazione lo mettono ogni giorno davanti al televisore. E in tv c’è un’unica cosa, a ciclo continuo: «Barney», una serie per bambini di età prescolare. Barney è un tirannosauro viola, che istruisce i giovani spettatori saltellando e cantando. Una tortura per quel giovane che va crescendo. «Non posso nemmeno esprimere quanto lo odiassi», rivela oggi Martin, che ha ricominciato una vita normale.
Dopo 12 anni di «assenza» il suo corpo comincia a reagire. Gli occhi seguono gli oggetti, i muscoli si rafforzano e può sedersi in carrozzina, comincia a comunicare con l’aiuto di un programma informatico. Trova perfino un lavoro al comune, ma Martin decide di finire i suoi studi, si iscrive al college, studia informatica e oggi, in Inghilterra, a Harlow, ha un’azienda di web design tutta sua, anche se comunica solo attraverso un pc. Ha coronato questa vita riconquistata con l’amore della sua vita, Joanna, un’assistente sociale, con cui si è sposato nel 2009.
Una storia che assomiglia a un «miracolo», ma che è meno rara di quello che si possa immaginare. Ne sanno qualcosa i medici e i terapisti che ogni giorno salvano la vita di vittime di incidenti e forti traumi. Damiano Mazzarese è il primario di Anestesia e Rianimazione I degli ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello, a Palermo. La sua équipe lavora incessantemente per tenere in vita le persone. Quando i pazienti vengono fuori dalla fase acuta, sono inviati nelle unità di risveglio, che in Sicilia sono solo a Messina, Sciacca e Cefalù. È lì che poi avvengono i «miracoli». “Tutto dipende da quale area viene colpita dalla lesione cerebrale che causa cortocircuiti elettrici – spiega il dottor Mazzarese -. I tempi di ripresa sono molto lunghi, ma le unità di risveglio cercano di attivare le vie elettriche secondarie che possono supplire alle funzioni danneggiate». È proprio in questa fase, quando il coma non è più profondo, che le voci familiari, la musica più amata diventano stimoli capaci di uscire fuori dal «silenzio» e riappropriarsi pienamente della vita.
Questa bocciatura del referendum sull’eutanasia legale ha segnato un punto a favore della vita che, come ci testimonia la storia di Martin, sa sempre sorprenderci.
Cinzia Palmacci
